In un articolo ben documentato, pubblicato dalla rivista quadrimestrale del Centro Studi Emigrazione (Roma) nel 1969, Antonio Napolitano e Antonio Di Stefano, ricostruiscono in 28 pagine i primi 50 anni di dibattito sul voto degli italiani all’estero.
I due studiosi analizzano il tema posto nel 1908 in un congresso degli italiani all’estero, fino al varo della Costituzione. Nel contempo riportano anche le leggi che regolano il voto degli emigrati di altri paesi dell’Europa.
In Italia sebbene la Carta fondamentale, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1948, sancisca l’universalità del voto, gli articoli 56 e 57 con il criterio territoriale della ripartizione dei seggi di Camera e Senato, di fatto esclude la partecipazione al voto dei cittadini italiani all’estero.
Ecco perché alla fine degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, i due articoli costituzionali erano al centro del dibattito sul diritto di voto degli italiani all’estero, entrato finalmente in vigore quasi 100 anni dopo.
Oggi, nei giorni nostri, il diritto di voto degli italiani residenti all’estero è sancito dall’art. 48 della Costituzione italiana e regolato principalmente dalla Legge n. 459 del 27 dicembre 2001.
La normativa prevede l’istituzione della circoscrizione Estero suddivisa in quattro ripartizioni, voto per corrispondenza direttamente dal proprio paese di residenza e preferenza.
La volontà di cambiare la legge annullando le quattro ripartizione e il voto di preferenza, nasce dall’idea di ritenere il voto degli italiani all’estero esclusivamente un voto di opinione senza alcun riferimento territoriale e personale come invece è ora con le preferenze e le ripartizioni Europa, Nord America, Sud America e Australia-Oceania.
Seppur suggestiva, l’idea appare vecchia e non corrispondente alla realtà odierna caratterizzata dall’informazione online e dai social.

