Laura, tra poco sarai nuovamente qui in Svizzera con il Io Canto World Tour 2026-2027 che partirà il 1° ottobre e arriverà in Svizzera il 15 ottobre a Zurigo e il 1° novembre a Ginevra. Ma partiamo dal nuovo singolo “Siamo soli nell’immenso vuoto che c’è”. È un brano che conosci bene e che hai sempre amato nella versione originale di Raf. Come è stato riscoprirlo e decidere di reinterpretarlo?
Sono molto felice di essere di nuovo qui. Sapete quanto sono legata alla Svizzera e per me è sempre un grande piacere tornarci. Il nuovo singolo è una cover di Raf, uno dei miei cantanti preferiti. Ho scelto questa canzone per il significato del suo testo, che trovo incredibilmente attuale. Il brano è stato scritto nel 1991 insieme a Beppe Dati e raccontava già allora il dolore provocato dalla violenza, dall’odio e dal terrore. È quasi paradossale pensare che, a più di trent’anni di distanza, quelle parole siano ancora così attuali.
In realtà, per me questa canzone ha anche un significato molto personale. Quando ero adolescente, avevo 16 anni, convinsi mia madre a portarmi per la prima volta a un concerto di Raf. Lui aprì proprio quel concerto con questa canzone. Ero già una sua grandissima fan. Avevo persino una T-shirt che lui indossava spesso in televisione e quella sera salì sul palco con la stessa maglietta. Ricordo ancora la mia emozione.
Il tuo nuovo progetto nasce quindi anche dal punto di vista di una fan…..
Assolutamente. Io sono una vera fan degli artisti che amo e che ho interpretato nell’album. E penso che sia importante che anche le persone che oggi mi seguono possano capire cosa significa per me ascoltare e cantare le canzoni degli artisti che hanno fatto parte della mia vita. Prima di essere un’artista, anch’io sono stata una fan. E, in fondo, lo sono ancora.
Parliamo del live. Uno degli aspetti più importanti di un progetto musicale è il rapporto con il pubblico. Quanto ti rappresenta questo nuovo spettacolo?
Il tour si chiama Io canto o Yo Canto World Tour e lo spettacolo dura circa due ore e un quarto. È uno show costruito naturalmente sulla mia musica, ma ci sono anche momenti dedicati agli artisti che considero i miei idoli, a quelle canzoni che hanno avuto un’importanza particolare nella mia vita personale.
L’intero progetto vuole trasmettere un messaggio di pace e di amore. Nell’album c’è una frase che sintetizza perfettamente questo concetto: «Make music, not war» (fate musica, non la guerra, n.d.r.). Anche nelle fotografie del progetto appaio come una guerriera. Ma la mia arma non è un’arma: è il microfono. Credo che ognuno di noi possa trasformare la propria vita e il proprio lavoro in uno strumento per trasmettere un messaggio positivo. Io lo faccio attraverso la mia voce, perché la musica non è soltanto il mio lavoro: è la mia passione. Durante un concerto, per quelle due ore in cui siamo insieme, possiamo sentirci uniti da qualcosa che amiamo. Possiamo condividere emozioni e diffondere amore e pace. Ma credo che questo si possa fare anche ogni giorno, nella vita di tutti i giorni. Quando incontriamo una persona che non conosciamo, per esempio, possiamo scegliere di alzare lo sguardo invece di fissare il telefono o di arrabbiarci. Possiamo aprirci agli altri, prestare attenzione a qualcuno che non conosciamo. Sono piccoli gesti che, giorno dopo giorno, possono contribuire a costruire la pace. Io cerco di farlo attraverso la musica.
Torni spesso in Svizzera e qui hai costruito un rapporto particolare con il pubblico. Il tuo legame con questo Paese, però, è ancora più profondo….
Io e te, Bruno, abbiamo iniziato questo mestiere da “bambini” e sai quanto amo la Svizzera. Una parte della mia famiglia vive lì e la Svizzera è stata importante anche durante la mia infanzia. Quando ero bambina, i miei parenti vivevano a Sciaffusa e oggi alcuni vivono a Berna. Sono quindi molto legata a questo Paese.
La Svizzera è un Paese piccolo, ma allo stesso tempo caratterizzato da tante lingue e tante culture diverse. In qualche modo mi rappresenta. Anch’io non mi sento soltanto italiana. Mi sento legata a tanti Paesi e alle loro culture. Per questo considero la Svizzera quasi una rappresentazione della mia personalità.
Nel corso della tua carriera ti sei impegnata spesso anche sui temi legati ai diritti delle donne. In passato hai detto una frase molto forte: «Noi donne siamo spesso le prime nemiche di noi stesse». Cosa intendevi?
Era un discorso molto generale, non riferito soltanto alle cantanti o alle musiciste. A volte siamo proprio noi donne a creare divisioni tra di noi. Nella mia esperienza, devo dire che i problemi non sono quasi mai nati tra le artiste. A volte sono piuttosto alcune dinamiche della stampa, delle case discografiche o della grande industria musicale a creare degli ostacoli.
Invece di aiutarci, qualche volta si tende a metterci una contro l’altra. Quando una persona ha successo, esiste ancora una certa competizione, il desiderio di prevalere sull’altra. Lo percepisco spesso e mi dispiace. Oggi, grazie alla mia esperienza e alla posizione che ho raggiunto, posso dire che questo è un errore. Non dobbiamo essere noi stesse a creare gli ostacoli che ci impediscono di andare avanti. Dovremmo sostenerci di più.
La seconda parte del tour è ancora davanti a te. Ma cosa succederà dopo?
Ho sempre detto che, nel 2028, mi fermerò per un periodo. Non so ancora se sarà davvero un anno intero, ma penso sia importante concedersi una piccola pausa. Ho bisogno anch’io di dedicarmi alle cose pratiche della mia vita, alla mia casa, agli amici, alle persone che amo. Alla fine sono sempre in viaggio e molte cose vengono gestite da altre persone. Ma sistemare una stanza, occuparsi della propria casa, fare una lavatrice, incontrare gli amici: sono tutte cose semplici che richiedono tempo. E quel tempo voglio concedermelo. Ma il 2028 è ancora lontano e quindi, per ora, sono molto felice di quello che mi aspetta.

