Il Rivoluzionario rimosso rivive nel romanzo di Minoletti

Una presentazione preziosa e originale quella organizzata dal GIR presso la Casa delle Associazioni di Basilea, venerdì 22 maggio. Una partecipazione numerosa e coinvolta per un’opera necessaria, Il fuoco e le falene.

Otto Gross: psicoanalisi, anarchia e sogno di libertà (Ed.Robin, 2025) di Marco Minoletti. Non un semplice incontro letterario, ma un attraversamento collettivo dentro una figura che continua a bruciare ai margini del Novecento: Otto Gross.

L’autore ha illustrato l’opera come corpo vivo, una soglia più che un genere che restituisce sostanza, attraverso la forma del romanzo, alla figura e al sistema di pensiero di Gross. La conversazione con Marianna Sica — che ha guidato l’intervista finale — ha aperto ulteriori fenditure: la rimozione storica, le contraddizioni, le zone incandescenti di un pensatore che non smette di interrogare il presente. Ne è nato un dialogo fitto, teso, che riportiamo qui.

Perché un libro su Otto Gross? E soprattutto perché hai scelto la forma letteraria del racconto romanzato?
Otto Gross mi interessava da tempo perché è una figura che sfugge continuamente alle definizioni. È stato psichiatra, anarchico, teorico della liberazione sessuale, tossicodipendente, agitatore culturale, ma nessuna di queste etichette basta davvero a contenerlo. Attorno alla sua figura si muove un’intera costellazione del primo Novecento europeo: la psicoanalisi nascente, l’anarchismo, le avanguardie artistiche, il rifiuto della morale borghese, Monte Verità… Eppure Gross rimane sempre ai margini, quasi come una presenza rimossa. Proprio per questo non volevo scrivere una biografia tradizionale o un saggio accademico. Sarebbe stato quasi un tradimento. Gross è un personaggio che vive di contraddizioni, e la forma del racconto romanzato mi permetteva di restituire non solo i fatti, ma anche le atmosfere, le tensioni emotive e il clima spirituale di quell’epoca. Mi interessava entrare nelle pieghe della sua esistenza, mostrare il modo in cui certe idee nascevano dentro corpi, relazioni, ossessioni, crolli nervosi, fughe. In fondo, Gross stesso pensava che la vita non potesse essere separata dal pensiero. E quindi anche il libro doveva muoversi su quella soglia incerta tra ricostruzione storica e immersione narrativa.

Il tuo libro è frutto di un’accurata ricerca sulla vita e sulla produzione intellettuale di Otto Gross. Hai riscontrato difficoltà nel reperimento del materiale su di lui, data la “damnatio memoriae” a cui andò incontro?
Sì, e forse è stato uno degli aspetti più affascinanti e frustranti della ricerca. Su Gross esiste una sorta di rimozione storica. Per molto tempo è stato trattato come una figura scandalosa, marginale, quasi imbarazzante da ricordare. La sua tossicodipendenza, la vita sentimentale caotica, le accuse morali, ma anche la radicalità delle sue idee, hanno contribuito a renderlo una presenza scomoda. Molti suoi testi sono rimasti dispersi, altri difficili da reperire, e spesso Gross compare solo nelle biografie degli altri: Jung, Freud, Franz Werfel, Kafka, gli anarchici di Monte Verità. È come se attraversasse continuamente la storia lasciando tracce laterali, mai completamente illuminate. Questa “damnatio memoriae”, però, dice molto anche del Novecento. Gross anticipa temi che sarebbero esplosi decenni dopo: la critica alla famiglia autoritaria, il rapporto tra repressione sessuale e dominio sociale, la liberazione del desiderio, il rifiuto delle strutture oppressive. In qualche modo era troppo in anticipo, e troppo estremo, per essere facilmente assimilato.

Qual è l’aspetto del pensiero di Otto Gross che più ti ha affascinato e che pensi possa ancora parlare al presente? Anche in relazione ai personaggi e alle teorie con cui è entrato in contatto?
Probabilmente il tentativo di collegare trasformazione interiore e trasformazione sociale. Gross intuì molto presto che non basta cambiare le istituzioni se restano intatti i meccanismi psicologici di repressione, paura e dominio. Per lui la rivoluzione non era soltanto politica: riguardava il corpo, il desiderio, i rapporti affettivi, persino il modo di percepire sé stessi. È un’intuizione che poi riemergerà in forme diverse nel pensiero del Novecento, da Wilhelm Reich fino al situazionismo e a certe esperienze controculturali degli anni Sessanta. Mi affascina anche il fatto che Gross si trovi nel punto d’incrocio tra mondi molto differenti. Passa dalla psicoanalisi di Freud agli ambienti anarchici, entra in contatto con Jung, con gli artisti espressionisti, con le comunità utopiche di Monte Verità. È come una figura-soglia che attraversa discipline e ambienti diversi senza appartenere mai del tutto a nessuno. E forse oggi continua a parlarci proprio per questo: perché viviamo ancora dentro società che promettono libertà ma producono nuove forme di controllo, nuove dipendenze, nuove normalizzazioni del desiderio.

C’è un aspetto molto pregnante indagato nelle pagine del tuo libro e legato al pensiero di Gross sull’eutanasia e anche del patriarcato. Puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?
Nel caso di Gross il tema dell’eutanasia non va letto semplicemente in senso medico o giuridico contemporaneo. In lui c’è piuttosto una riflessione radicale sul rapporto tra individuo, sofferenza e potere. Gross rifiutava l’idea che la vita dovesse essere mantenuta a ogni costo come valore astratto imposto dall’esterno, indipendentemente dall’esperienza concreta dell’individuo. Dietro questa posizione c’è la sua critica a tutte le forme di autorità che pretendono di amministrare l’esistenza umana: la famiglia patriarcale, lo Stato, la morale sessuale, persino certa medicina del suo tempo. In questo senso il discorso sull’eutanasia diventa parte di una domanda più ampia: fino a che punto un individuo può disporre di sé stesso? È un tema delicato, naturalmente, ma nel libro mi interessava mostrarne soprattutto la dimensione esistenziale e filosofica. Gross porta alle estreme conseguenze l’idea di autodeterminazione, e proprio lì emergono anche tutte le ambiguità e le zone oscure del suo pensiero e della sua vita.

Nell’ultima parte della tua opera tratti anche il rapporto tra Gross e il Monte Verità. Cos’ha significato quella sperimentazione?
Monte Verità è stato uno dei luoghi più straordinari e contraddittori del primo Novecento europeo. Non era semplicemente una colonia alternativa o una comune ante litteram. Era un laboratorio vivente in cui si cercava di reinventare l’esistenza: alimentazione vegetariana, nudismo, amore libero, spiritualità orientali, anarchismo, danza, critica alla civiltà industriale.

Per Gross quel luogo rappresentava la possibilità concreta di rompere con le strutture oppressive della società borghese. A Monte Verità, almeno per un momento, sembrava possibile vivere diversamente.

Ma ciò che rende quella esperienza ancora interessante oggi è proprio la sua ambivalenza. Monte Verità fu insieme slancio utopico e fragilità umana, desiderio autentico di liberazione e inevitabile conflitto tra individui reali. Non un paradiso riuscito, ma un tentativo radicale di mettere in discussione il modo dominante di vivere.

Ed è forse questo che continua ad affascinare: l’idea che l’utopia non sia soltanto un progetto politico astratto, ma qualcosa che prova a incarnarsi nei gesti quotidiani, nei corpi, nelle relazioni, nel modo stesso di abitare il mondo.