Giangi Cretti: “Una riforma che non s’ha da fare”

Giangi Cretti, intervistato in rappresentanza della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera, interviene nel dibattito sul referendum sulla riforma della giustizia, esprimendo una posizione critica e invitando a riflettere non solo sul merito ma anche sul metodo con cui è stata proposta la modifica costituzionale.

A rigor di logica dovremmo confrontarci sul merito del quesito posto dal referendum e decidere se la proposta sia condivisibile oppure no.
Dovremmo, appunto. Ma poi, se provi a chiedere in giro fra i tuoi pari che ne pensano della separazione delle carriere (che formalmente non c’è), che non va confusa con la separazione delle funzioni (che invece, ben circoscritta nel tempo e nello spazio, c’è), ti accorgi che, ben che ti vada, sei considerato un alieno: “ma cosa dici? Di cosa parli?”. Lo stesso vale se chiedi un parere sul raddoppio del CSM (una sigla o un acronimo che, al pari di GIP e GUP, a molti ricorda il linguaggio dei fumetti) o sulla costituzione di un’Alta Corte Disciplinare. Per non dire della terzietà dei giudici: “ma come?! non dovrebbe essere implicita e imprescindibile nella deontologia professionale?”.

Al più tardi a questo punto ti rendi conto che – fatta salva la virtuosa e necessaria azione pedagogica finalizzata a spiegare la natura dell’oggetto del contendere, delegando soprattutto a chi ne ha le competenze l’arduo compito – fra coloro che non praticano la grammatica giuridico-istituzionale (vale a dire quasi tutti noi), viene da pensare che la vera posta in palio sia di altra natura. Ecco allora che gli interrogativi che si affacciano sono altri e meno complessi e più immediati.

Primo fra tutti: la riforma proposta dal governo sulla quale siamo chiamati ad esprimerci renderà la giustizia più efficiente, più certa, più affidabile, più veloce?
La risposta, inequivocabile, anche perché l’hanno fornita, con parole anche sprezzanti (“solo un ignorante lo può pensare”), autorevoli esponenti del Governo, è: NO!

Preso atto che questo risultato, che tutti vagheggiamo, non è l’obiettivo, cosa giustifica l’urgenza di una riforma, tra l’altro ritenuta dannosa dalla stragrande maggioranza dei magistrati, che quotidianamente finiscono nel mirino di attacchi da parte del governo, che prendono a pretesto qualsiasi fatto di cronaca, anche se non c’entra un tubo con la proposta di riforma?

E ancora: perché una riforma costituzionale, nata, in modo del tutto anomalo, per iniziativa governativa, senza cercare il più ampio consenso fra le diverse forze politiche, è stata blindata in 4 frettolosi passaggi parlamentari scientemente impedendo di emendarne neppure una virgola?

Ecco allora che, a fronte di questi interrogativi, oltre, e forse più, che sul merito è sul metodo che bisogna riflettere. E per questo non serve padroneggiare la materia giuridica: alla presa d’atto che in nessun modo la giustizia ne risulterebbe più efficace aggiungiamo la convinzione che la Costituzione non possa essere addomesticata a seconda degli interessi di questo o di quel Governo; perché alla fine è questo il vero obiettivo della riforma, d’altronde autorevolmente ed esplicitamente dichiarato dallo stesso ministro Nordio, che (incautamente?) ha precisato che di una simile riforma “dovrebbe essere contenta anche Elly Schlein una volta andata al governo”.

Non foss’altro solo per questo, parafrasando Don Rodrigo, convintamente sosteniamo che, così architettata, “questa riforma non s’ha da fare”. Pertanto, votiamo NO!