Dopo aver approfondito la questione e aver ascoltato le argomentazioni dei sostenitori del SÌ e del NO, mi sono formato un’opinione del tutto personale. È indubbio che la giustizia italiana proceda con grande lentezza; tuttavia, a mio avviso, questa riforma non rappresenta la soluzione più efficace per affrontare il problema. Una reale accelerazione del sistema giudiziario potrebbe piuttosto derivare da interventi mirati, come la semplificazione dei procedimenti, la riduzione degli adempimenti burocratici e una maggiore efficienza organizzativa.
Fatto sta che, il dibattito sul referendum in materia di ordinamento giudiziario, continua a dividere opinione pubblica e mondo giuridico. Al centro della consultazione vi è una riforma che interviene su aspetti strutturali della magistratura, dalla separazione delle carriere al sistema di autogoverno, suscitando posizioni contrastanti.
Chi sostiene il SÌ, “il Centrodestra guidato da Fratelli d’Italia”, individua come obiettivo principale la necessità di rendere più marcata la distinzione tra la funzione giudicante e quella requirente. Secondo i favorevoli, separare i percorsi professionali di giudici e pubblici ministeri contribuirebbe a rafforzare la percezione di imparzialità del giudice, chiarendo il suo ruolo di terzo rispetto all’accusa e aumentando la fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario.
Un altro punto centrale riguarda l’organizzazione interna della magistratura. La creazione di Consigli Superiori distinti per le due carriere viene vista come uno strumento capace di garantire una maggiore autonomia reciproca, limitando interferenze e sovrapposizioni nella gestione delle nomine e delle progressioni di carriera. In questa prospettiva, la riforma non rappresenterebbe una compressione dell’indipendenza della magistratura, ma piuttosto una sua riorganizzazione, ritenuta compatibile con i principi costituzionali.
Tra le motivazioni a favore compare anche l’introduzione del sorteggio negli organi di autogoverno. I sostenitori del SÌ ritengono che questo meccanismo possa ridurre il peso delle correnti associative e rendere le decisioni più equilibrate e meno influenzate da logiche di appartenenza. L’obiettivo dichiarato è quello di aumentare la trasparenza e la credibilità del sistema di governo interno della magistratura.
Sul fronte opposto, i sostenitori del NO, “il Centrosinistra guidato dal Partito Democratico (PD)” esprimono forti perplessità sugli effetti della riforma. La principale preoccupazione riguarda il rischio di indebolire l’unità della magistratura, storicamente concepita come un unico ordine autonomo e indipendente. Secondo i critici, la separazione delle carriere potrebbe accentuare divisioni interne e alterare l’equilibrio complessivo del sistema giudiziario.
Particolare attenzione viene riservata al ruolo del pubblico ministero. Alcuni temono che una carriera requirente completamente separata possa risultare, nel lungo periodo, più esposta a pressioni esterne o meno tutelata rispetto all’assetto attuale. In questa visione, l’unità dell’ordine giudiziario rappresenterebbe una garanzia fondamentale per l’indipendenza di chi esercita l’azione penale.
Critiche vengono avanzate anche nei confronti del sorteggio. La riduzione della componente elettiva negli organi di autogoverno è considerata da alcuni un limite alla rappresentatività e alla possibilità, per i magistrati, di scegliere direttamente i propri rappresentanti. Secondo questa impostazione, le difficoltà emerse nel funzionamento del sistema potrebbero essere affrontate con interventi mirati, senza ricorrere a una riforma così incisiva dell’assetto costituzionale.
Il confronto tra SÌ e NO evidenzia dunque due visioni differenti della magistratura: da un lato chi punta a una riorganizzazione del sistema per rafforzarne chiarezza e trasparenza, dall’altro chi preferisce preservare il modello attuale, ritenuto ancora idoneo a garantire autonomia e indipendenza, pur con la necessità di eventuali correttivi.
Cosa pensano molti italiani all’estero
Sono diversi gli elementi che inducono a ritenere che, anche in occasione di questo referendum, gli italiani residenti all’estero siano finiti nuovamente nel mirino, con il rischio concreto di vedere limitato il proprio diritto di voto. In una prima fase, infatti, si è aperto un acceso dibattito sulla possibilità di far votare gli iscritti all’AIRE presso i consolati e le ambasciate di riferimento; ipotesi che è stata però scongiurata dai sostenitori del NO.
Se a ciò si aggiungono i continui tagli ai servizi destinati agli italiani all’estero e la controversa legge sulla cittadinanza del 2025, che ha penalizzato in modo significativo questa categoria di cittadini, emerge con chiarezza il sospetto che dietro tali scelte vi sia qualcosa di più rilevante di una semplice riorganizzazione amministrativa.
Come è noto, questo referendum non prevede il quorum, ma si basa sul raggiungimento della maggioranza assoluta. In tale contesto, considerando che il voto contrario espresso dagli italiani all’estero potrebbe incidere su determinati equilibri politici e ostacolare progetti particolarmente ambiziosi, si è diffusa la preoccupazione che il SÌ possa non raggiungere il risultato sperato.
Ipoteticamente, vi sono anche altri segnali politici che sembrano indicare un possibile mutamento nell’assetto dei partiti italiani. Carlo Calenda, con il suo movimento Azione, appare sempre più vicino a Forza Italia; parallelamente, il generale Roberto Vannacci, ex esponente della Lega, come si prevedeva, ha avviato la registrazione di un proprio partito, Futuro Nazionale. Questo scenario contribuirebbe a indebolire la leadership di Matteo Salvini e potrebbe portare a una redistribuzione del consenso leghista tra Futuro Nazionale e Fratelli d’Italia, al fine di accantonare un personaggio scomodo quale Matteo Salvini.
Ma quale legame esiste tra queste dinamiche e il referendum? Il nesso sta nel fatto che la consultazione potrebbe trasformarsi in un vero e proprio banco di prova per misurare la forza dei diversi schieramenti, anche attraverso il voto all’estero. Non è infatti da escludere che, subito dopo, si torni rapidamente a discutere del cosiddetto “presidenzialismo”, con il rischio di un’ulteriore marginalizzazione degli italiani iscritti all’AIRE, i quali potrebbero invece rivelarsi decisivi, come ago della bilancia.
Naturalmente, questa lettura potrebbe rappresentare soltanto una delle interpretazioni diffuse tra gli italiani che vivono al di là delle Alpi, ma resta il segnale di un disagio e di una divulgata percezione di distanza rispetto alle scelte della politica nazionale.

